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Vesuvio... senza pace

«Dal Vesuvio nubi ardenti
a oltre quindici chilometri»

Nuovo studio di quattro scienziati napoletani:
Napoli e Castellammare nell’area a rischio

Da sinistra Pierpaolo Petrone, Lucia Pappalardo e Giuseppe Mastrolorenzo

Da sinistra Pierpaolo Petrone, Lucia Pappalardo e Giuseppe Mastrolorenzo

 I pompeiani non furono uccisi dalla cenere ma da una spaventosa ondata di calore. La morte a Pompei, nel 79 dopo Cristo, non arrivò per soffocamento dopo una lunga agonia: al contrario, fu istantanea, causata dall’esposizione ad altissima temperatura (fino a 600 gradi) dovuta al passaggio di una nube ardente a bassa concentrazione di cenere ma di grande spessore, in grado di trattenere il calore fino a distanza notevole dal vulcano. Un’ondata d’aria assassina che fa pensare a quelle causate dalle esplosioni nucleari. Sono le conclusioni alle quali sono giunti gli autori di un nuovo studio interdisciplinare sull’eruzione del Vesuvio: i vulcanologi dell’Osservatorio Vesuviano-Ingv Giuseppe Mastrolorenzo e Lucia Pappalardo e i biologi Pierpaolo Petrone e Fabio Guarino dell’Università Federico II. La ricerca, appena pubblicata sulla prestigiosa rivista Plos One, svela i meccanismi dell’eruzione sulla popolazione di Pompei e degli altri siti investiti dall’evento e inquadra in una nuova prospettiva l’entità del rischio, l’estensione dell’area potenzialmente esposta e le precauzioni da adottare. «I nuovi risultati — spiegano i ricercatori — dimostrano come nel caso di futura eruzione, il rischio per la vita umana potrebbe estendersi anche a distanze superiori ai 15 chilometri dal vulcano fino a oggi ritenute sicure». E concludono: «Questi nuovi dati confermano l’inadeguatezza dell’attuale Piano di emergenza e la necessità di estendere la zona rossa ben oltre gli attuali limiti». E cioè fino a tutta Napoli da un lato e a Castellammare dall’altro.

La mappa probabilistica della pericolosità di nubi ardenti
 
La mappa probabilistica della pericolosità di nubi ardenti
Su che basi sono fondate le affermazioni dei ricercatori? Il gruppo ha analizzato composizione e consistenza delle stesse ceneri vulcaniche e simulato l’avanzamento delle nubi ardenti. Il risultato è stato che sono arrivate ben oltre il limite di Pompei, appunto 15 chilometri circa dal Vesuvio, finora considerato «estremo». Se non ci fu una strage anche a Stabiae, dove arrivò una folata di fuoco successiva a temperatura addirittura più elevata, è probabilmente solo perché intanto c’era stato il tempo di evacuare l’antica città. I ricercatori hanno poi valutato la postura delle vittime e studiato le modificazioni subite dalle ossa. È risultato evidente, per esempio dalla loro posizione, che erano morti in un attimo senza quasi rendersene conto: basta pensare alla donna con un bimbo in braccio o all’uomo rimasto ucciso mentre era nell’equivalente della nostra toilette. I resti degli scheletri umani e animali, infatti, presentano caratteri di esposizione a temperature altissime, confermate dall’analisi delle modificazioni subite dal Dna e da esperimenti effettuati in laboratorio su altre ossa animali. «Il parametro della pericolosità è dunque l’alta temperatura— spiegano gli scienziati— e l’area da evacuare in caso d’allarme è molto più estesa di quella considerata finora attribuendo la causa delle morti a ceneri e gas». «Inoltre è paradossale— puntualizza Mastrolorenzo— che la Protezione civile prepari i propri piani ipotizzando un’eruzione subpliniana, cioè meno pericolosa, del Vesuvio. In geologia il passato è la chiave di lettura del futuro: l’eruzione descritta da Plinio il Giovane, e per questo definita pliniana, non fu forse quella del 79 dopo Cristo che uccise i pompeiani?».

Angelo Lomonaco dal CdS

Pubblicato il 19/6/2010 alle 1.41 nella rubrica Società.

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